I fondi interprofessionali per la formazione aziendale rappresentano uno degli strumenti più utili, e spesso sottoutilizzati, a disposizione di imprese e lavoratori. Parliamo di un sistema che mette a disposizione delle aziende risorse per finanziare piani formativi, corsi di aggiornamento, riqualificazione del personale e sviluppo delle competenze interne. Senza costi aggiuntivi, senza nuove imposte, senza burocrazia inutile se gestito correttamente.
Per sfruttare al meglio questa opportunità, però, serve un approccio pratico da parte di imprese, reparti HR, consulenti del lavoro e lavoratori, orientato all’uso reale dei fondi nella gestione aziendale e aggiornato alle novità 2026.
Fondi interprofessionali: cosa sono e perché sono uno strumento chiave per la formazione aziendale
I fondi interprofessionali sono organismi di natura associativa promossi da organizzazioni datoriali e sindacali, istituiti per finanziare la formazione continua dei lavoratori. Il principio è semplice. Le aziende già versano all’INPS un contributo obbligatorio per la disoccupazione involontaria, ma una quota di questo contributo (lo 0,30%) può essere destinata, su scelta dell’impresa, a un fondo interprofessionale. Il fondo, al quale i datori di lavoro possono attingere, utilizza queste risorse per finanziare piani formativi aziendali, settoriali o territoriali.
La formazione in questo modo non ha costi aggiuntivi per l’azienda, può essere finalizzata all’aggiornamento delle competenze e/o per supportare processi di innovazione tecnologica, organizzativa e digitale. Si tratta di fatto di un’opportunità che riduce il gap tra fabbisogni aziendali e competenze disponibili, migliorando produttività, retention e competitività.
Come funzionano i fondi interprofessionali e come utilizzare lo 0,30% INPS
Ogni mese, le aziende versano all’INPS i contributi previdenziali per i propri dipendenti. All’interno di questa quota è compreso il “contributo integrativo per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria”. Secondo quanto stabilito dalla Legge 388/2000, i datori di lavoro hanno la facoltà di scegliere di destinare una parte specifica di questo versamento – lo 0,30% della retribuzione imponibile appunto – a un fondo interpersonale. In caso contrario, se non esprime alcuna preferenza, la quota rimane nelle casse dello Stato (fondo di rotazione) e le risorse non sono più recuperabili dall’impresa per fini formativi.
Se un’azienda decide invece di aderire a un fondo, allora il consulente del lavoro (o il responsabile HR) deve comunicarne l’adesione tramite il modello UNIEMENS, inserendo il codice identificativo del fondo scelto nella sezione dedicata. È possibile decidere quando e come spendere queste somme, previa approvazione. Ci sono infatti bandi periodici aperti a tutte le aziende aderenti. L’adesione è revocabile e l’azienda può decidere di cambiare fondo in qualsiasi momento, portando con sé (a determinate condizioni) la dote accumulata.
Per rendere le procedure più efficiente, nel 2026 sono state semplificate le piattaforme digitali di molti fondi, così da garantire tempi più rapidi di approvazione. Il processo di aggiornamento ha permesso anche una maggiore integrazione con progetti PNRR, transizione digitale ed ESG.
Fondi interprofessionali e piani formativi: quali progetti possono essere finanziati
La versatilità dei fondi permette di spaziare su diversi fronti, partendo dall’aggiornamento tecnico e specialistico. In quest’area rientrano tutti i percorsi legati alla trasformazione digitale, come la cybersecurity, l’automazione e l’integrazione dell’intelligenza artificiale, ma anche le tematiche della sostenibilità e della transizione ecologica, fondamentali per l’adozione di modelli di economia circolare.
Un secondo pilastro è quello della formazione organizzativa e gestionale. Qui l’attenzione si sposta sulle persone e sui processi: si finanziano percorsi di leadership e project management, ma anche moduli specifici per gestire il cambiamento aziendale e i nuovi modelli di lavoro, come lo smart working e le modalità ibride.
C’è spazio an che per la formazione normativa e obbligatoria. Sebbene con alcune specificità a seconda del Fondo, è possibile coprire i costi per la sicurezza sul lavoro, l’adeguamento al GDPR e alla privacy, oltre a tutti gli aggiornamenti legati alla compliance e alle normative specifiche di ogni settore.
Infine, i fondi sono uno strumento essenziale per i processi di riqualificazione e reskilling, supportando l’azienda quando è necessario riconvertire il personale verso nuove mansioni o aggiornare competenze ormai obsolete. Nel 2026, infatti, l’orientamento è diventato ancora più marcato verso la digital transformation e i cosiddetti green lobs. La priorità è oggi rivolta alla creazione di competenze ibride, capaci di fondere l’abilità tecnica specialistica con le soft skills o competenze trasversali, indispensabili per navigare un mercato del lavoro in continua evoluzione.
Come aderire, cambiare o verificare il fondo interprofessionale scelto
Per attivare l’adesione ai fondi, il consulente del lavoro o l’addetto alla busta paga – come già anticipato sopra – deve intervenire nel flusso UNIEMENS, selezionando al momento della compilazione mensile la voce “Denuncia Aziendale” > elemento “FondoInterprof”. A questo punto bisogna selezionare l’opzione “Adesione”, dove va inserito il codice identificativo del fondo scelto e indicato il numero dipendenti (quadri, impiegati e operai) per i quali l’azienda versa il contributo dello 0,30%.
Ogni fondo è identificato da una sigla univoca. Di seguito una tabella con i codici dei fondi più diffusi in Italia:
| Nome del Fondo | Destinatari prevalenti | Codice UNIEMENS |
| Fondimpresa | Imprese industriali (Confindustria, CGIL, CISL, UIL) | FIMA |
| For.Te. | Commercio, Turismo, Servizi, Logistica (Confcommercio) | FITE |
| Fon.Ter | Terziario, Servizi, Vigilanza (Confesercenti) | FTUS |
| Fondartigianato | Imprese artigiane | FART |
| Fondirigenti | Dirigenti industriali | FDIR |
| Fondoprofessioni | Studi professionali e aziende collegate | FPRO |
| FAPI | Piccole e medie imprese | FAPI |
| Fonditalia | Formazione continua in vari settori | FEMI |
Chi può partecipare alla formazione finanziata dai fondi interprofessionali
Possono partecipare ai percorsi finanziati i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e determinato, compresi gli apprendisti e quelli in somministrazione. Sono ammessi sia i contratti part time che full time e, in alcuni casi anche i soci lavoratori, i dipendenti in cassa integrazione e il personale in riqualificazione professionale.
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Domande frequenti (FAQs)
Cosa sono i Fondi Interprofessionali?
Sono organismi che finanziano la formazione continua dei lavoratori utilizzando lo 0,30% dei contributi INPS già versati dalle imprese. Consentono alle aziende di trasformare un obbligo contributivo in investimento formativo.
Quali sono i Fondi Interprofessionali?
In Italia esistono diversi fondi interprofessionali riconosciuti dal Ministero del Lavoro, promossi da parti sociali e associazioni datoriali. Ogni fondo ha specifici ambiti settoriali, modalità operative e strumenti di finanziamento.
Come funzionano i Fondi Interprofessionali?
L’azienda aderisce a un fondo, destina lo 0,30% INPS e può presentare piani formativi. Il fondo finanzia i costi della formazione tramite bandi, conti formazione o avvisi pubblici.
Quanto si versa ai Fondi Interprofessionali?
Lo 0,30% della retribuzione imponibile dei lavoratori dipendenti.
Non è un costo aggiuntivo: è una quota già obbligatoriamente versata all’INPS.
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